All’incontro del G7 del 5 giugno i ministri economici Ue decidono di aderire, con entusiasmo, alla proposta degli Usa di introdurre una “minimum tax” a livello globale per tassare i redditi delle multinazionali nei Paesi in cui hanno sede e di redistribuire parte le imposte su parte degli utili eccedenti una percentuale del margine di profitto dei «gruppi globali più grandi e redditizi».

La notizia fa clamore e oggi ne parlano tutti i giornali: finalmente verranno tassati i profitti delle multinazionali che rappresentano una grossa fetta dell’evasione fiscale sia in Ue che negli Usa.

Però ai festeggiamenti si uniscono anche i colossi del web, ovvero anche gli uffici stampa di Amazon, Google, ecc. dichiarano che sono d’accordo con la decisione assunta dal G7, e questo pare invero strano.

Mentre sono ovviamente meno entusiasti  i Paesi che sinora ospitavano le più importanti multinazionali al mondo, come Irlanda, Olanda, Belgio e Lussemburgo.

Ma in sostanza che cosa è la global minimum tax per le multinazionali e quali effetti produrrà nella  lotta all’evasione fiscale.

La proposta degli Stati Uniti, che oggi viene attribuita a Biden, ma che in realtà era già stata introdotta da Trump con la riforma fiscale “America First”, è quella di applicare una tassazione minima effettiva del 15% in capo alle multinazionali in favore dei Paesi nei quali dette società hanno la sede.

Poiché la nuova regola favorisce in ogni caso i Paesi che ospitano un maggior numero di multinazionali e che molte di esse, soprattutto i colossi del digitale, fanno capo in ogni caso agli Stati Uniti, è stata introdotta anche l’ipotesi di una imposta perequativa internazionale da redistribuire fra i vari Paesi, a seconda di dove vengono realizzate le vendite.

In cambio gli Usa chiedono agli Stati Ue – come Francia e Italia – che hanno già iniziato ad applicarla, di sospendere immediatamente l’applicazione della digital tax, aggiungendo che in caso contrario sono pronti ad iniziare una guerra daziaria.

Dunque in sintesi la proposta americana, che il G7 ha deciso di sostenere, per ora, si può riassumere come segue:

  • Introduzione di una imposta globale minima effettiva del 15% a favore dei Paesi dove hanno sede le multinazionali, anche se queste ultime spostano i profitti in Stati a bassa fiscalità;
  • Introduzione di una redistribuzione di imposta sottoponendo a tassazione, nei Paesi ove avvengono le vendite, il 20% dei profitti che eccedono il margine del 10%, ma solo per “le multinazionali più grandi e redditizie;
  • Eliminazione immediata della digital tax da parte degli Stati Ue;
  • Rinuncia ad una guerra doganale a colpi di dazio da parte degli Usa.

Per sapere se la decisione è sensata occorre allora andare a leggere un po’ di numeri.

Nel 2020 l’Italia ha incassato dalla prima applicazione della digital tax circa 233 milioni di euro, ben distanti dai 780 milioni di euro preventivati a bilancio e assolutamente distanti da un livello minimo accettabile di tassazione di imprese che producono profitti miliardari ogni anno, dai 60 miliardi di Amazon ai quasi 600 miliardi di Apple.

Anche in casa i numeri non sono adeguati, infatti la Relazione Nadef 2020 precisa che la lotta all’evasione fiscale in Italia ha portato ad un recupero di 15,6 miliardi nel 2019,  quasi tutti oggetto di accertamenti in capo ai 4 milioni di micro e piccole imprese italiane.

Tuttavia il maggior introito tributario previsto per l’Italia, grazie all’adozione della nuova norma, che dovrebbe contrastare la concorrenza sleale fra Stati e consentire ai Paesi di tassare le proprie multinazionali, è piuttosto limitato.

Le previsioni, che sono state fatte dall’Osservatorio Fiscale Europeo creato ad aprile ed entrato in funzione proprio pochi giorni fa, parlano di circa 2,7 miliardi di euro di recupero del tax deficit, se l’aliquota della global tax restasse fissata al 15% fino ad arrivare ad 11,1 miliardi se il tax rate venisse aumentato sino al 25%.

L’osservatorio fiscale europeo riporta numerose tabelle ed ipotesi, fra le quali spicca anche un simpatico calcolatore di libera fruizione, per tutti coloro che volessero fare ipotesi delle entrate tributarie dei vari Paesi al variare del global tax rate, qui di seguito il link per chi volesse divertirsi.

https://tax-deficit-simulator.herokuapp.com

Ma i dati dell’Osservatorio sono molti e molto interessanti perché riguardano tutti i principali Stati coinvolti e soprattutto perché permettono di calcolare il tax deficit delle multinazionali italiane nei vari settori, compresi quello bancario e assicurativo.

Se volete sapere quante imposte non versano i grandi gruppi bancari italiani ed europei, o le principali società industriali, ecco il link che vi potrà aiutare.

https://euractiv.it/tag/osservatorio-fiscale-europeo/

Le multinazionali commentano in modo positivo, probabilmente,  l’introduzione di quello che ritengono un punto fermo da cui partire per riassettare l’allocazione dei profitti e mantenere buoni rapporti con gli Stati di appartenenza, offrendo nel contempo un’immagine compliant ai propri clienti finali.

Ma questi ultimi non devono farsi trarre in inganno, poiché non è difficile intuire che ogni aumento di imposta sarà facilmente “ribaltato” dalle multinazionali proprio sui clienti finali, rischiando così di trasformare una imposizione diretta in una imposizione indiretta sui consumi e sul costo dei servizi digitali.

In conclusione la global tax sulle multinazionali, che il principe azzurro Biden sta offrendo alla dolce sposa Ue in cambio della digital tax, per evitare una guerra doganale, permetterà agli sposi di vivere per sempre felici e contenti?

I numerosi convitati al banchetto nuziale si stanno già agitando, il nostro ministro Franco ha dichiarato che per vedere gli effetti della nuova imposta “occorreranno anni”, il premio Nobel per l’economia Eugene Fama ha dichiarato che “i governi non hanno l’autorità per imporre l’accordo”, il ministro irlandese Donohe ha dichiarato che “porrà la questione della legittima concorrenza fiscale”, altri commentatori autorevoli affermano che la concorrenza fiscale comporta effetti positivi sull’economia, che si corre il rischio di creare una imposizione indiretta occulta sui consumi e, in ogni caso, che sarà davvero difficile individuare quali siano i gruppi multinazionali più grandi e redditizi che dovrebbero essere tassati anche in base alle vendite realizzate nei vari Paesi.

In Italia la politica ha già iniziato a festeggiare, guardando agli sposi con tenerezza e riconoscenza per l’invito al banchetto nuziale, il dono di nozze è facilmente intuibile, ma il futuro della coppia e degli invitati è tutt’altro che prevedibile e certo.

Dr. Mauro Finiguerra