Il Ministero delle Finanze sta valutando di richiedere all’amministrazione finanziaria tedesca di acquisire la cosiddetta “Lista Dubai”, che la Germania avrebbe “comprato” a febbraio, per verificare se all’interno di essa si annidino contribuenti infedeli, residenti in Italia.

La lista, che parrebbe contenuta in un Cd, dovrebbe contenere milioni di dati e migliaia di nomi di contribuenti presumibilmente di tutta l’Ue e dunque anche italiani.

Il Ministero delle Finanze tedesco avrebbe “investito” due milioni di euro per ottenere da un anonimo informatico, forse emiratino, un Cd contenente i dati dei cittadini e dei residenti in Germania che possiedono attività finanziarie ed immobiliari negli Emirati Arabi Uniti.

Ma se sulle modalità di acquisizione e sull’anonimo cedente esiste ancora uno spesso velo di riserbo e di incertezza, al contrario si può prevedere quasi certamente cosa capiterà ai residenti italiani e tedeschi il cui nominativo comparirà nella “Lista Dubai”.

Esistono infatti i precedenti della “Lista Falciani”, della “Lista Credit Suisse” e dei “Panama Papers”, tempi duri per gli appassionati dei paradisi fiscali che non abbiano davvero trasferito la propria residenza all’estero.

Si prevedono dunque piogge di inviti a comparire e di questionari che l’Agenzia delle Entrate potrebbe inviare ai malcapitati che non abbiano regolarizzato la propria posizione in precedenza approfittando delle due edizioni della collaborazione volontaria o “voluntary disclosure”, del ravvedimento operoso o che non siano iscritti all’Aire avendo trasferito effettivamente la propria residenza all’estero.

Le posizioni più a rischio sono ovviamente quelle dei residenti in Italia, sia cittadini italiani che stranieri, i quali detengano negli Eau: conti correnti, portafogli titoli, immobili, quote di società residenti sia nelle free zonese miratine che in Mainland Dubai, ecc.

All’epoca delle precedenti liste molti operatori poco avveduti, avevano consigliato ai propri clienti di trasferire le attività finanziarie prima dai paradisi europei (Montecarlo e Svizzera) a Panama e poi dal Paese centramericano agli Eau, in questa gara ad inseguimento scatenata in tutto il pianeta da una lotta all’evasione fiscale internazionale che è ormai davvero senza quartiere.

Tuttavia chi si è fatto convincere a diventare “evasore globe-trotter” oggi rischia davvero di pagare cara la propria pervicacia e si dovrebbe rendere conto che, alla fine, non è più possibile continuare a spostare le proprie risorse in giro per il mondo in una continua, faticosa e dispendiosa corsa ad evitare la tassazione.

Ormai le barriere del segreto bancario e della omertà informativa sono cadute in quasi tutti i Paesi del mondo e la prossima frontiera dell’evasione, che già viene avversata, è quella della giurisdizione digitale, tuttavia ancora limitata dalla incertezza e dal rischio della sua stessa “consistenza”.

In ogni caso esistono strumenti , concessi dalle norme di legge, che consentono di rimediare agli errori al costo fiscale più limitato possibile, come ad esempio l’istituto del ravvedimento operoso o di evitare l’accertamento, come il test della residenza, sia delle persone fisiche che delle società e degli enti non commerciali (associazioni, società semplici, tust, ecc.).

Dunque chi non si è mai iscritto all’Aire o ha trasferito la residenza negli Eau, se persona fisica o ha costituito società all’estero che sono di fatto amministrate dall’Italia, avrà oggi un serio problema cui pensare, ovvero come dimostrare l’effettività della propria residenza personale o della residenza della società, all’estero.

Chi invece è ancora residente in Italia ma non ha mai rispettato gli obblighi di monitoraggio previsti nel Quadro RW o non ha mai versato l’Ivafe e l’Ivie, o le imposte dovute dichiarandole nei Quadri RT, RL e RM delle dichiarazioni, oggi potrebbe provvedervi prima che arrivino infausti accertamenti portanti sanzioni molto più elevate, se non addirittura comunicazioni penali per omesse dichiarazioni.

In ogni caso la vicenda è destinata a muovere ben più importanti meccanismi perché gli Eau sono un Paese di importanza strategica prioritaria per l’Italia, tanto che il Mef e la Presidenza del Consiglio dei Ministri, nel 2019 e nel 2020, si erano battute per far escludere gli Emirati dalla black list dell’Ue, come poi avvenuto.

Le autorità emiratine infine, pur avendo compiuti passi da gigante verso la completa compliance antiriciclaggio e fiscale e pur collaborative con le autorità europee, non saranno certo entusiaste di una fuga di dati ed informazioni, “comprate”, che mettono a rischio la riservatezza del sistema finanziario locale, da sempre considerato uno dei più protetti e tetragoni ad ogni infiltrazione non consentita.

Questa è solo la prima puntata, nei prossimi giorni e mesi si vedranno le ricadute in termini reali ed effettivi, anche a livello internazionale, ma intanto i contribuenti che sono a rischio, sono avvertiti.

Possiamo solo aggiungere che per risolvere il problema occorre rivolgersi a professionisti esperti in materia di fiscalità internazionale e che, nel rispetto delle norme di legge, una soluzione si può sempre trovare, ma occorre agire prima che sia troppo tardi.

Dr. Mauro Finiguerra