Negli anni ’90 l’Italia ha cominciato ad allontanarsi dalle economie più sviluppate, interrompendo una secolare convergenza. Per spiegare il declino, gli economisti spesso tengono d’occhio l’andamento della produttività. In Italia, la stagnazione è in corso da almeno 25 anni. Dal 2010 al 2016, solo la Grecia ha fatto peggio tra i paesi Ocse.

Una cosa interessante è cercare un legame tra questo calo e l’arrivo dell’euro. Si scopre che la produttività è messa particolarmente male nei servizi, un comparto poco esposto alla concorrenza estera. Mentre nel manifatturiero, che si confronta di più fuori dai confini nazionali, la situazione non è così catastrofica: siamo ancora competitivi anche rispetto alla Germania. In realtà, l’Italia possiede un nucleo fantastico di medie imprese ultra-efficienti, che sono però troppo poche per sostenere da sole la crescita e troppo piccole per fare abbastanza ricerca e sviluppo. Cosa che, di solito, è prerogativa delle grandi imprese o dello Stato, e da cui dipende molto la capacità di generare innovazione.

C’è quindi un collegamento tra produttività e ricerca e sviluppo. Ma c’è un’altra variabile di cui si tiene conto: il capitale umano. Un concetto ampio, anche se spesso ci si concentra su due aspetti: istruzione e formazione. Su cui l’Italia investe poco. Ad esempio: dal 1990 al 2011, rispetto al totale dei consumi pubblici, la spesa per istruzione è scesa di 7,3 punti percentuali, mentre le spese per la sanità sono cresciute del 4,8%. In pratica si sono trasferite risorse dai giovani ai vecchi, e si continua a farlo.

Tra gli anni ’50 e ’70 l’Italia ha registrato tassi di crescita tra i più alti al mondo. Diversi studiosi pensano che una relativa ignoranza abbia addirittura favorito lo sviluppo. Erano richieste conoscenze pratiche e informali, trasmesse sul lavoro piuttosto che sui banchi di scuola. Oggi, però, non è più così. Avvicinandosi alla frontiera tecnologica, l’economia ha bisogno di conoscenza.

Oggi i ritardi del paese sono evidenti. Siamo penultimi in Europa per numero di laureati: solo il 27,6% dei giovani tra i 30 e 34 anni ha finito l’università, contro il 40,3% della media Ue. E i laureati italiani, anche se pochi, incontrano lo stesso una certa difficoltà a trovare lavoro. Nel 2019 aveva un impiego il 78,9% di loro, quando la media UE era dell’87,7%. Potrebbe anche essere colpa, almeno in parte, delle imprese che cercano con metodi antidiluviani – passaparola, annunci sui quotidiani locali – invece che regolari posizioni aperte su Internet. Oltre a questo, però, in Italia c’è senza dubbio un problema di skills mismatch, cioè un disallineamento tra le discipline di studio scelte dai giovani e le esigenze del mercato del lavoro.

Anche la Germania non produce tanti laureati – sta ben al di sotto della media europea -, ma ne indirizza parecchi verso facoltà stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

I laureati italiani, poi, sono vittima di un ultimo crudele paradosso. Quando trovano lavoro, non è raro che debbano svolgere mansioni per cui sono sovraqualificati. E capita con maggior frequenza agli stem, che hanno un tasso di occupazione del 90%. Significa che una parte ancora troppo grande del capitalismo italiano non ha fatto quel salto necessario verso produzioni più tecnologiche e a maggior valore aggiunto. Anche questo è un ritardo a cui bisogna rimediare. 

Fonte: forbes.it